La Roda di Vaèl e i rifugi

Una delle pareti più famose delle Dolomiti domina il lago e i boschi di Carezza, toccati dalla storica strada che sale da Bolzano al passo di Costalunga attraverso la val d’Ega, per poi scendere al di là in valle di Fassa.
Strapiombante e levigata, la muraglia della Roda di Vaèl deve il suo nome tedesco di Rotwand, “parete rossa”, al colore che le danno gli ultimi raggi del sole. I montanari di Fassa, da sempre, la conoscono per il suo profilo arrotondato (“roda”) e perché domina i pascoli di Vaèl, che si raggiungono dal paese di Vigo.
Tra le icone più note dei Monti Pallidi, la parete della Roda fa da sfondo d’inverno alle piste da sci del comprensorio del Rosengarten (in tedesco il Catinaccio diventa il “Giardino delle Rose”), frequentate per la bellezza e la comodità di accesso dall’autostrada del Brennero.
In estate si può scegliere tra i sentieri alla base della montagna e i non difficili percorsi attrezzati che conducono ai 2805 metri della cima.
L’itinerario più comodo per avvicinarsi alla Roda di Vaèl, molto amato dalle famiglie con bambini, inizia dalla zona turistica di Carezza. La seggiovia che sorvola uno dei più bei campi da golf delle Alpi conduce senza fatica ai 2125 metri del rifugio Paolina, belvedere sulla “parete rossa”.
Un comodo sentiero, un po’ ripido all’inizio, conduce alla grande aquila di ferro che ricorda Theodor Christomannos, uno dei promotori del turismo dolomitico. Fu lui, nei primi anni del Novecento, a lanciare l’idea della Grande Strada delle Dolomiti da Bolzano a Cortina d’Ampezzo, che venne completata nel 1908.
Più avanti ci si affaccia sulla valle di Fassa, e si continua con qualche saliscendi, tra massi di dolomia intorno ai quali crescono le stelle alpine, fino al rifugio Roda di Vaèl, della SAT, e alla baita Marino Pederiva. Il panorama verso la Roda e i Mugoni migliora ulteriormente se si sale per un sentierino al cocuzzolo roccioso del Ciampàc, che domina i due rifugi. A est compare la Marmolada. Dalla seggiovia al rifugio occorrono quaranta minuti di cammino, che si riducono a una trentina al ritorno.
Il rifugio Roda di Vaèl, e le conche erbose circondate da massi che gli si affiancano verso nord, sono un’ottima meta per gli escursionisti tranquilli. Qui a dominare il paesaggio non è la “parete rossa” ma il grigio e compatto versante orientale della Roda, a sua volta percorso da impegnativi itinerari di arrampicata. Classico, ma più lungo, è il sentiero che costeggia la parete dei Mugoni, sale al passo delle Zigolade e scende al di là verso Gardeccia.
Un itinerario più impegnativo si stacca a sinistra da quello delle Zigolade, sale al passo del Vajolon, proprio ai piedi della Roda, e scende sul versante altoatesino per un ripido canalone ghiaioso.
Questo percorso, che includeva qualche passo impegnativo, è stato sistemato nel 2017 dalla provincia di Bolzano con delle comode scale di legno.
Occorrono l’attrezzatura da ferrata e un’esperienza adeguata per seguire i due itinerari che raggiungono la vetta della Roda dal rifugio Roda di Vaèl e dal passo del Vajolon. La sommità della montagna è formata da un comodo prato, percorso da un elementare sentiero a tornanti.
Dal rifugio Paolina, o dai sentieri che lo collegano al rifugio Fronza e al passo del Vajolon, si vede bene la “parete rossa”, alla quale la luce del pomeriggio dà un aspetto suggestivo. Superata per la prima volta nel 1908 da una cordata condotta dalla grande guida ampezzana Angelo Dibona, la parete è stata teatro di celebri exploit nel secondo dopoguerra, quando l’altoatesino Otto Eisenstecken (1946), i tedeschi Lothar Brandler e Dietrich Hasse (1956) e il trentino Cesare Maestri (1960) hanno aperto itinerari di estrema difficoltà.
Negli ultimi decenni la Rotwand è stata riscoperta dai campioni dell’arrampicata libera moderna. Dopo che il trentino Bruno Pederiva e il tirolese (ma residente a Carezza) Heinz Mariacher hanno percorso senza toccare i chiodi gli itinerari del passato, gli altoatesini Oswald Celva e Christoph Hainz hanno tracciato Moulin Rouge, una via in arrampicata libera con passaggi tra il nono e il decimo grado. La storia dell’alpinismo dolomitico continua anche sugli strapiombi della Roda.
Trovato questo articolo interessante? Condividilo sulla tua rete di contatti Twitter, sulla tua bacheca su Facebook, Linkedin, Instagram o Pinterest. Diffondere contenuti che trovi rilevanti aiuta questo blog a crescere. Grazie! CONDIVIDI SU!
Nessun commento:
Posta un commento