Le Dolomiti: Il museo Messner di Castel Firmiano
Il castello più visibile dell’Alto Adige è uscito qualche anno fa dall’abbandono. Tra le torri e le mura di Castel Firmiano – Schloss Sigmundskron in tedesco – che dominano Bolzano, l’autostrada del Brennero e la superstrada per Merano, è stato inaugurato nel 2006 il quarto dei musei che Reinhold Messner, uno dei più famosi alpinisti di tutti i tempi, ha dedicato alle montagne e al loro rapporto con l’uomo.
L’altura rocciosa di Firmiano, affacciata sulla confluenza dell’Isarco nell’Adige, era già abitata nella preistoria. La fortezza è sorta nel Medioevo, quando i conti di Tirolo avevano bisogno di bloccare l’espansione verso nord della Serenissima repubblica di Venezia.
Il rafforzarsi dell’impero di Austria-Ungheria ha reso il castello inutile.
Dall’Ottocento in poi le mura hanno iniziato a cadere in rovina, mentre all’interno è stato realizzato un ristorante. Qui, nel secondo dopoguerra, si sono svolte importanti manifestazioni della Südtiroler Völkspartei e di altri movimenti politici di lingua tedesca. Poi è arrivato Messner.
Impegnato da tempo a realizzare i suoi musei dedicati alla montagna (prima nel Castel Juval, poi sul monte Rite, infine a Solda), il “re degli ottomila” ha individuato in Firmiano il centro del sistema del Messner Mountain Museum. Il restauro è stato curato dalla provincia di Bolzano, poi Reinhold ha arredato l’interno con cimeli alpinistici e con opere d’arte in parte provenienti dalla sua collezione, e in parte realizzate per l’occasione.
Il risultato è un percorso di grande interesse per chi conosce la storia della montagna e dell’alpinismo. Il turista meno esperto resta affascinato dalle mura, dagli oggetti esposti, dal panorama che abbraccia i vigneti, Bolzano e Merano, le guglie dolomitiche dello Sciliar, il granito delle montagne di Tessa e i lontani ghiacciai alpini.
Non si sale in cima alla collina, dove sorge una piccola chiesa affrescata e ancora pericolante. L’itinerario della visita gira intorno alla vetta in senso orario come la kora, il pellegrinaggio buddhista intorno al monte Kailash, in Tibet. Delle cinque torri del castello, ognuna è dedicata a un tema, illustrato con opere d’arte e cimeli.
Dall’ingresso, superati lo shop e il caffè-enoteca all’aperto, si raggiunge la residenza nobiliare, che accoglie le esposizioni temporanee. Subito dopo si sale al mastio, dove si scopre una collezione dedicata alla storia dell’Alto Adige e del castello. «La storia recente, qui, è un tema controverso. Nel resto del museo ho fatto quello che ho voluto, in queste sale la provincia ha voluto controllare l’allestimento», spiega Reinhold Messner.
La torre nord, che si raggiunge con una passerella metallica, è dedicata al rapporto tra la montagna e la fede, evidente in Mosè come nel Buddha, raccontato con dipinti, sculture e dei magnifici thangka, colorati arazzi tibetani che contrastano con le antiche pietre delle mura. All’esterno è un teatro all’aperto, scavato nella roccia.
Delle scale portano a una terrazza da cui lo sguardo spazia verso Bolzano e le Dolomiti. In una galleria artificiale sono opere dedicate ai cristalli e alla leggenda di re Laurino, ambientata sul Catinaccio. Una passerella porta a un masso apparentemente in bilico, che simboleggia la punizione di Sisifo, costretto a spingere verso l’alto un macigno che rotola regolarmente a valle.
È una buona introduzione, secondo Messner, per le successive tre torri dedicate alla splendida “fatica inutile” che è l’andar per montagne. La prima racconta l’invenzione e lo sviluppo dell’alpinismo dalla conquista del monte Bianco nel 1786.
La seconda è dedicata ai “punti chiave” delle Alpi, le vette come il Cervino, le Tre Cime di Lavaredo o l’Eiger, dove gli alpinisti hanno scritto le loro grandi avventure. In due salette sono esposte le fotografie in bianco e nero di un centinaio di alpinisti, e reperti (chiodi, capi di abbigliamento, calzature) delle loro salite più importanti.
La terza torre è dedicata alle grandi montagne del mondo, dagli “ottomila” dell’Himalaya alle cime più alte dei sette continenti come il McKinley (che nel 2015 ha ripreso il nome originale Denali), il Kilimanjaro, il Vinson e l’Aconcagua. Un bel prato, utilizzato per manifestazioni e conferenze e sorvegliato da un’austera divinità nepalese, precede il passaggio nelle mura che segna la conclusione della kora di Firmiano.
«Levando lo sguardo verso i monti non è importante ciò che comprendiamo, ma ciò che proviamo», spiega Reinhold Messner.
Difficile che la visita del museo e del castello affacciato su Bolzano non susciti delle forti emozioni.
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